Bella era la vita nella Città del Sole. La gente viveva felice avvolta da abitudini antiche: nelle tiepide serate, dopo una breve giornata di lavoro, a tutti piaceva ritrovarsi e rincorrersi in mille giochi nelle strette e linde stradine. Si indugiava così per ore e ore a specchiarsi negli sguardi degli altri, per progettare viaggi in paesi lontani o fantasticare su futuri possibili amori o su mille progetti per cambiare il mondo. E il tempo scorreva leggero e senza affanni.
Tale felicità indispettì un mostro malvagio, metà uomo e metà macchina, che voleva impossessarsi della città e delle sue ricchezze: il terribile Panopticon 2.0 dai mille e più occhi. Questi riuscì a farsi nominare Capitano Supremo del Governo e magnanimamente regalò a ciascun abitante dei Black Mirror, potentissimi specchi magici, ognuno dei quali era collegato con i mille e più occhi del mostro, che così poteva controllare tutto quello che accadeva nelle case e nelle strade, per essere ben sicuro che nessuno osasse ribellarsi alle sue malvagie decisioni. Ogni specchio inoltre trasmetteva continuamente immagini di straordinaria bellezza e aveva il potere di incantare, incatenandoli, tutti gli abitanti della città che non riuscivano più a distogliere gli occhi da esso. Inoltre quelle immagini celestiali venivano interrotte, ad intervalli di tempo prestabiliti, da altre scene che evocavano nemici provenienti da paesi lontani che distruggevano quella armonia apparentemente perfetta. Presto gli abitanti smisero di sognare, abbandonarono gli sfrenati giochi di strada e le chiacchiere con gli amici, preferendo piuttosto restare in casa da soli davanti allo specchio incantato. Anche quando erano costretti a uscire, finivano sempre con il ritrovarsi con la testa abbassata sull’oggetto che li aveva resi irrimediabilmente schiavi. Attraverso il Black Mirror, Panopticon 2.0 era riuscito nell’impresa che ogni governante ha sempre sognato di realizzare: oltre a rendere docili e mansueti donne, uomini e bambini, infatti, ora riusciva anche a controllare totalmente le loro menti e le loro vite. La Città del Sole era diventata una oscura caverna in cui i tanti schiavi incatenati avevano imparato a pensare che la vera realtà fosse quella che vedevano proiettata sui loro specchi neri.
Nella Città del Sole viveva un bambino di nome Gennarino, un po’ diverso dagli altri suoi compagni: nell’età felice, quando questi giocavano, lui preferiva salire su una piccola collinetta vicina per ammirare la bellezza infinita ed i mille volti delle nuvole, godendosi in silenzio la musica proveniente dagli schiamazzi e dalle grida dei bambini che arrivavano fin sopra la collina dalle strade cittadine. Gennarino non perse la sua abitudine, anche quando Panapticon 2.0 prese il controllo della città, preferendo ancora la bellezza delle nuvole alle false immagine del Black Mirror. Ma ogni giorno diventava più triste, perché le strade erano sempre più vuote e gli mancavano le grida dei compagni che da sempre gli facevano compagnia. Un bel giorno decise che bisognava rompere senza indugio quell’incantesimo che stava avvelenando la vita delle persone e, dopo aver asciugato l’ennesima lacrima che gli segnava il viso, si avvolse nella sua inseparabile sciarpetta azzurra e, attraversando le strade e le piazze, iniziò a gridare con quanto fiato aveva in gola: “Uagliù scetatev’. Arapite l’uocchie. Il mondo è qui, la vita sta qui fuori! La vita sta qui fuori!”
Ma, ahimè!, a nulla valsero le grida del bambino Gennarino. Qualcuno incuriosito si sporse per qualche secondo da una finestra… ma subito con un gesto di impazienza e di fastidio, ritornò senza indugio a sprofondarsi negli abissi del magico Black Mirror. Gennarino a fine giornata si ritrovò sfinito e senza voce e prese atto con sgomento che non avrebbe potuto contare sull’aiuto di nessun bambino e che purtroppo, con le sole sue forze, non sarebbe mai riuscito a combattere il malvagio Panopticon 2.0. Proprio nel momento di massimo avvilimento sentì il suono delle campane provenire da una vecchia chiesa diroccata che si trovava su una ripida e lunga salita. In quella Chiesa aveva trovato rifugio un Artigiano Scalzo, che tutti chiamavano Zio Ezio. Anche lui, come Gennarino, non si era lasciato ammaliare dal fascino del Black Mirror e continuava giorno e notte a costruire dei variopinti “cuppoloni”, grossi cilindri di cartone attaccati con uno spago ad una lunga asta, che facevano divertire grandi e bambini nei giorni spensierati di una festa tradizionale della città. Poteva capitare infatti che, se camminavi tranquillamente per strada in quei giorni di festa, qualcuno ti seguisse alle spalle, senza farsi vedere, con l’asta alla cui sommità era legato questa specie di lanterna sfondata che ti veniva calata sulla testa fino al busto. E via risate… e corse….e inseguimenti… sempre con tanta allegria! Nonostante nessuno più glieli chiedesse, Zio Ezio continuava a costruire ogni giorno senza sosta dieci, cento, mille cuppoloni, fischiettando sotto i suoi baffi bianchi come la neve e sperando dentro di sé che un giorno sarebbe tornato il tempo del divertimento e dei giochi sfrenati. Gennarino pensò che Zio Ezio forse poteva diventare un prezioso alleato nella sua lotta contro Panopticon 2.0 e si inerpicò sulla ripida salita. I due divennero presto amici e Gennarino ogni giorno raggiungeva la chiesa per aiutare l’Artigiano Scalzo. Un bel giorno Gennarino, stanco di costruire cuppoloni senza poter giocare con essi, convinse Zio Ezio a scendere in città perché, disse, voleva capire bene come funzionassero. I due si appostarono dietro un angolo di strada e aspettarono che passasse il primo venuto. Era un bambino della stessa età di Gennarino, di nome Giannino, che aveva lunghi capelli a boccoli e camminava con il viso chino sul suo Black Mirror. Quale migliore occasione? Gennarino calò il cuppolone sul bambino che improvvisamente si ritrovò al buio e solo con se stesso. Qualcosa in lui cambiò. Passò qualche secondo e, quando il cuppolone fu rialzato, Zio Ezio e Gennarino si ritrovarono davanti un bambino diverso da quello di prima. Ora rideva a crepapelle, saltava dappertutto come un grillo, urlava e, dimenticatosi del suo specchio magico, iniziò a inseguirli per giocare con loro. L’incantesimo del Black Mirror era stato sconfitto dalla magia del cuppolone! I tre capirono l’importanza della scoperta che avevano fatto. Ognuno di loro si armò di un cuppolone alla ricerca di nuove “vittime”. La liberazione dalla tirannia del Panopticon 2.0 era appena cominciata. Finalmente un altro mondo era di nuovo possibile!